La vicenda dell’omicidio di Donato Carbone, avvenuto il 16 ottobre 2019 nel corsello interrato di un’autorimessa in via Don Milani 17 a Cernusco sul Naviglio, torna in Appello per due dei tre condannati.
La Corte di Cassazione ha riaperto parzialmente il processo per due degli imputati che avevano presentato ricorso, limitatamente alla definizione della pena.
Condanna definitiva per il mandante
La Prima sezione penale della Suprema Corte, con sentenza depositata il 9 maggio, ha preso decisioni distinte per i tre ricorrenti, confermando definitivamente la posizione di Leonardo La Grassa, 73enne di Cologno Monzese.
Per lui, il ricorso è stato respinto e la condanna all’ergastolo diventa definitiva. Invece, il giudizio per Edoardo Sabbatino, 58 anni, di Manerbio (cresciuto a Pioltello e Cologno) e Giuseppe Del Bravo, 42 anni, di Roncadelle, è stato rimandato in secondo grado, limitatamente al diniego delle attenuanti generiche. I giudici hanno stabilito che la loro posizione merita una rivalutazione per una possibile riduzione della pena.
La colpevolezza di tutti e tre per concorso in omicidio premeditato, porto e detenzione illegale di armi e ricettazione dell’auto utilizzata per l’agguato è stata confermata. I condannati dovranno anche coprire le spese processuali e rimborsare le spese sostenute dalle parti civili.
Dettagli dell’omicidio
Il delitto risale al 16 ottobre 2019. Carbone fu seguito all’interno del suo box da un’Opel Corsa rubata. Da quel veicolo scese Sabbatino, che sparò undici colpi, di cui otto colpirono la vittima, che morì seduta nella propria auto con il motore acceso.
In primo grado, la Corte, presieduta dal giudice Ilio Mannucci Pacini, accolse tutte le richieste dell’accusa, riconoscendo un risarcimento simbolico di un euro ciascuna alle parti civili (la figlia Angela Carbone e la vedova Natalizia De Candia). In secondo grado, il 23 febbraio 2022, la Corte d’Assise d’Appello di Milano confermò le condanne all’ergastolo.
I giudici di Appello sostennero che il quadro probatorio fosse solido, nonostante l’assenza di un movente chiaro. La difesa di La Grassa (avvocato Antonello Madeo) aveva descritto la ricostruzione come “fantasiosa e lacunosa”, annunciando già allora ricorso in Cassazione.
Le considerazioni della Cassazione
I giudici della Suprema Corte hanno chiarito i punti fondamentali. Per La Grassa, le prove sono definitive: videoriprese, dati GPS e la consegna delle armi del delitto al bar “Belladonna” di Cologno subito dopo l’omicidio, insieme alla chiamata in correità del killer Sabbatino, ritenuta credibile e supportata da riscontri oggettivi.
La mancanza di un movente certo è irrilevante di fronte all’evidenza schiacciante del suo coinvolgimento in ogni fase del piano,
scrivono i giudici.
Per Sabbatino e Del Bravo, la colpevolezza non è in discussione. Tuttavia, la Cassazione ha ritenuto che il giudice di merito non avesse adeguatamente considerato la possibilità di concedere le attenuanti generiche.
Nel caso di Sabbatino, la Corte ha valorizzato la sua collaborazione (sebbene parziale) con l’Autorità giudiziaria. Per Del Bravo, è stata evidenziata la sua posizione “ancillare” (autista e convivente del killer), un curriculum penale senza condanne definitive e la necessità di una personalizzazione della pena.
La Corte ha quindi annullato la sentenza limitatamente a questo aspetto, rinviando a un’altra sezione della Corte d’Assise d’Appello di Milano per un nuovo giudizio sulle attenuanti. Rimane in piedi il resto della condanna (omicidio premeditato, armi, ricettazione).
Sabbatino e Del Bravo dovranno dunque tornare davanti a una nuova Corte d’Appello (diversa da quella già giudicante), che deciderà se concedere o meno le attenuanti generiche. In caso di concessione, la pena potrebbe essere ridotta da ergastolo a una reclusione a tempo determinato (da 24 a 30 anni, in base alla valutazione dei giudici).