Mario Manzoni, che il 27 giugno celebrerà il suo centesimo compleanno, è una figura emblematicamente legata alla storia di Cernusco sul Naviglio. Durante la Liberazione, da diciottenne, non solo ha vissuto in prima persona la Resistenza, ma ha anche contribuito alla ricostruzione della comunità dopo il conflitto, fondando l’Avis e il Cai, e permettendo ai giovani dell’oratorio di vivere la loro prima esperienza di campeggio.
Le origini dell’antifascismo
Il suo impegno antifascista è nato grazie ai dialoghi con don Secondo Marelli, responsabile dell’oratorio maschile e dell’Associazione Giovani di Azione Cattolica “Constantes” di Cernusco, dal 1941 al 1943. Grazie a lui, l’oratorio Sacer è divenuto uno dei Luoghi della memoria.
Si iniziò a parlare del fascismo e dell’antifascismo e poi la cosa è venuta poco a poco, da sola, ragionando con la mia testa. Io premetto: non sono un partigiano combattente, perché ho imbracciato le armi dal 25 aprile al 9 maggio.
Mi dissero: “Mario sei un amante della bicicletta, conosci le strade secondarie, il tuo mestiere è quello di portare i dispacci”
Questo è quanto ha raccontato Mario.
La vita nella clandestinità
Consegnare messaggi clandestini richiedeva una grande responsabilità e attenzione, poiché il rischio di essere scoperti dai fascisti era costante.
Come segno di riconoscimento avevo una banconota tagliata in due. Io dovevo consegnare il messaggio a chi aveva la seconda metà di quella che tenevo in tasca.
La vita dei partigiani era segnata dalla clandestinità, e spesso il proprio spirito antifascista doveva essere soffocato con grandi sacrifici:
Ero bravo a nuotare e vinsi diverse gare, quindi ci fecero una foto di gruppo alla fine di una competizione e fui costretto a fare il saluto romano.
Come se non bastasse, la foto fu esposta nella sede del partito fascista.
Quando ci fu la Liberazione andai subito a recuperare la foto e la distrussi. Sono stato uno dei primi devastatori della sede: presi il busto di Mussolini e lo buttai nel Naviglio, poi con martello e scalpello colpii i fasci in cemento che erano esposti.
Il giorno della Liberazione
Nei giorni più intensi della guerra, Mario riuscì a recuperare delle armi.
A Increa i militari erano scappati e io presi due moschetti e una mitragliatrice. La mitragliatrice la nascosi sotto un ponte e poi la consegnai ai compagni più esperti, i moschetti invece li riposi nel mio solaio.
Quando arrivò il giorno della Liberazione mi dissero: “Mario, domani tira fuori tutto e vieni all’appuntamento”.
Il giorno dopo attraversai piazza Matteotti in bicicletta con i miei fucili. Lì c’erano dei tedeschi ma non mi fermarono, non si aspettavano che qualcuno potesse passare di lì con tanta naturalezza.
Con gli occhi azzurri velati di emozione, Mario ricorda quei giorni:
Mi reputo super fortunato perché ho manifestato l’antifascismo vero e non mi è successo niente, mentre altri sono finiti nei campi di concentramento.
Mi viene da piangere pensando a ragazzi come Cesare Riboldi e Luigi Mattavelli: mancava poco alla Liberazione ma trovarono la bestia più bestia che li ha uccisi.
La ricostruzione della comunità
Terminata la guerra, Mario si è dedicato alla ricostruzione sociale.
L’Avis è nata perché un amico doveva essere operato e serviva sangue. Siamo andati in quattro all’ospedale Niguarda a donare e poi abbiamo detto: “Facciamo una sottosezione a Cernusco”.
Per il Cai è stato lo stesso: andavo ai campeggi con la sezione di Milano e poi ho pensato di farne una qui perché mi piaceva camminare.
Anche il primo campeggio in oratorio è nato così: l’ingegner Tricella mi propose di organizzarlo per i giovani, ne abbiamo parlato con il don e le cose si sono sviluppate automaticamente.
Il riconoscimento della cittadinanza
Il 25 aprile, durante un discorso ufficiale, la sindaca ha espresso pubblicamente il suo ringraziamento a Mario Manzoni per il suo contributo a Cernusco:
Quando la sindaca mi ha ringraziato mi sono sentito soddisfatto, ma per me tutto questo è la normalità. Doveva essere così.
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Da sinistra: Piero Sirtori, Felice Frigerio e Mario Manzoni